lunedì, novembre 13   >

Mai dire trentatré

Finire nel bus circolare in orario uscita scuole è un momento di alta coscienza del sé. Cammini sui viali, quasi tranquilli, butti l'occhio alle ville oltre i cancelli, belle case, gran culo quelli che c'abitano. Il capannello rosso, ma si vai, salto sul trentatré, in arrivo dice.
Eccolo con le antennine impigliate nei fili, si ferma, sbuffa, salgo. Pieno nella norma, ancora vivibile, oblitero e m'attacco. Si stacca il pensiero da sto' corpo zitto appeso al ferro e s'avvia avanti veloce, le email da rispondere. I pochi a bordo sono distratti dalle cose uguali che passano. La fermata successiva semplicemente succede.

E' l'esercito degli studenti, una mandria di carni, cervelli, capelli, nicknames, citazioni, suonerie, aliti d'aule, orecchie che sputano fili bianchi. Sono i tatanka di Vento nei Capelli. Sono troppi, salgono tutti. Un vecchio è travolto, cerca un gancio e trova un giubbotto, indica il pulsante rosso mentre scompare tra i corpi, la faccia di quello che non vuole morire.
L'autista spia dallo specchio colpevole, avvisaci almeno, diccelo che stai scatenando l'inferno senza segnale. Il pensiero è tornato, rispiaccicato sulla fronte dal filo elastico della sorpresa di merda. In un secondo non c'è più niente per i polmoni, siamo in due civili a scavare schiacciati in apnea tra zaini e jeans, apri anche dietro, scendiamo dalla salita. Liberi.