sabato, novembre 24   >

I Monz

Quando venni ad abitare qua loro c’erano già. Notai quel lampo negli occhi suoi e della moglie stringendo quelle due mani circa sei anni fa. Era un segnale, come quando connetti due cose che si riconoscono, che hanno un software compatibile. Questi abitano qui di fianco, roba tra l’anziano e il madò così giovane già in pensione. Tipi gentili, il pezzo di torta quando la fanno, le pulizie cantando, bolognesi doc. Per un fatto di privacy, li chiamerò: I Monz.
Ma veniamo alla caratteristica principale, quella che li ha portati in questo blog. I Monz, tutti e due, sono sincronizzati con la mia stupida vita. No, non è la roba dei metodici che facciamo le stesse cose alle stesse ore, no. Facciamo cose diverse ad orari casuali, ma le facciamo in sync. E, cosa più triste, non c’è un cazzo di modo di venirne fuori.

Es.1: il tintinnìo delle chiavi.
Uscendo affero il mazzo di chiavi ed esso tintinna. Prima di aprire la porta porgo l’orecchio e sento l’eco del mio tintinnìo. Tale eco è il tintinnìo delle chiavi del Monz. Quindi io apro la mia porta, lui apre la sua porta. Chiamiamo l’ascensore quasi pestandoci gli indici e si scende insieme. Prego, no prego prego. Si spendono i tre piani a parlare della coincidenza. Da sei anni.
Mattina, pomeriggio, sera, il sync-monz non ha limiti, non lo fotti mai. Rileva anche la volontà effettiva di uscita, mi spiego: se passo dalle parti dell’ingresso e provo a far tintinnare apposta il mazzo di chiavi, non vi è nessuna eco. Il sistema capisce che non sto uscendo veramente. Poi invece corro a firmare il pacco ad un corriere, apro la porta ed ecco la Monz che stende il dito artigliato sul pulsante di chiamata. Buongiorno prego, ma no prego, grazie, grazie.

Es.2: il parcheggio.
Qua sotto c’è un bel viale con tanti posti macchina sotto i pioppi e ogni giorno si fa a botte per pigliarne uno. Torno a varie ore della sera e del pomeriggio, nessuna regola. La preoccupazione principale non è trovare il posto ma evitare il continuo pericolo di collisione con la Punto celeste del Monz. Appena entro in zona, il bastardo sync mi rileva e la celestina di merda compare dal nulla. Fa manovre azzardate, proibite non solo dal codice ma dalla fisica. Sterzate a spirale, retromarce ad alta velocità. Manca solo che impenni. Un fottuto pazzo. Poi si seda, spegne il motore e viene fuori con la serenità di Gandhi seduto sulla stuoia. Salve, sale? Salve, salgo. E vai con i tre piani a parlare della coincidenza.
Torno a notte fonda al venerdì o al sabato? Nell’oscurità si muovono sempre e solo altri due fari oltre i miei. I fari dei Monz. Nella metà dei casi il sync è quasi sempre sfasato, uno scarto di pochi secondi a danno mio. Accade che il bastardo Monz mi incula il posto, ma con quell’anticipo minimo che ti fa girare le balle a centrifuga. Tipo io arrivo a mezzanotte, ronzo per cercare il buco, tutto pieno. Smadonno. Una macchina di culo ha gli stop ancora accesi, forse esce, poi si spengono. E’ il Monz che ha appena fatto manovra per infilare il suo cesso mobile turchino nelle strisce. Uno dice è paranoia, può essere.
Una notte faceva un freddo porco, c’era la neve a terra, tornai a casa che erano quasi le 3. Tutto pieno, dovetti parcheggiare fuori lungo la via. Camminando verso casa col bavero alle orecchie vidi che il posto migliore, quello davanti al portone, se l’era preso una Punto celeste. Però pensai: e vaffanculo almeno il sync non c’è stato. Infilai la chiave, il dubbio. Tornai indietro e toccai il cofano celeste. Scottava.