sabato, giugno 28   >

Supplizio 21

Oggi non mi amavo. Come l'albino del Codice Da Vinci cercavo forme di mortificazione del corpo, sapendo che il cilicio d'estate non va molto, pensavo stancamente ad alternative. La soluzione ha rombato fuori dalla finestra. Un rovente autobus 21 senza aria condizionata. Avevo un appuntamento in centro, con la città che va svuotandosi per il fine settimana e per le ferie, ho calcolato un supplizio di si e no quindici minuti.

Scendo e corro verso il forno mobile arancione, è fermo ad attendermi al capolinea. Il conducente è fuori che fuma con aria disperata. Fuma proprio lui, oltre alla sigaretta. E' una maschera di sudore bollente, sputa nervosamente il fumo di una merit ma gli salgono vapori anche dai capelli.
Quando parte? Gli faccio. Tra quattro minuti, sibila lui. La drammaticità del mio volto nella domanda e del suo nella risposta lasciano percepire una seconda interpretazione del breve dialogo. Quando parte? (lei per l'altro mondo, viste le tragiche condizioni in cui versa). (Crepo)Tra quattro minuti. (segue agonia di quattro minuti esatti e morte del conducente accasciato sull'asfalto che lo liquefa in pochi secondi, tipo x-files).

Salgo sul mezzo e prendo posizione su uno dei sedili in plastica grigia al posto finestrino senza ombra. Sono solo. Ci saranno sessanta gradi. Vedo la sagoma contorta dell'autista attraverso i vetri, sta pensando come mai sono entrato prima se mancano altri quattro minuti, lui non è al corrente del supplizio. Silenzio. Dopo tre secondi esatti esplodo fragorosamente come un gavettone umano in un bagno di sudore, sento i pori spruzzarne fiumi caldi che scendono nel collo, sulla fronte, sulla pancia. Scopro di poter sudare con gli occhi, con le narici, con le orecchie, con i polsi, con gli organi interni. Le ascelle sono spugne strizzate, la maglietta è passata da celeste a blu. Bene così, andiamo avanti, penso già alle 72 vergini. Faccio il disinvolto e mi metto le cuffiette dell'ipod, cascano subito, le orecchie sono allagate. E' il tempo. L'autista sale e si scotta il culo sedendosi. Vaccabòia soccia. Un vecchio fuori attende che il motore sia in moto e che il bus parta davvero, poi lo vedo prendere l'ultima boccata e saltare dentro al volo come i banditi sui treni del West. Appena a bordo mette il naso nella fessura del finestrino per tenersi in vita inalando i quaranta gradi di fuori, bestemmia contro la madonna di sanluca, la basilica visibile e tremolante là sulla collina.

Il monitor appeso nel centro è cotto, c'è la schermata di windows con l'errore blu. Regolare. Il motore urla e scoreggia e spinge l'ammasso di lamiere in mezzo all'inferno. Nelle fermate successive salgono i dannati, quelli che mi auguravo di trovare, i più colpiti, i più sofferenti, bene così. Due casalinghe gonfie e seminude trascinano buste di provviste coop già marce come loro, cercano d'attaccarsi ai ferri ma le mani in decomposizione scivolano, incapaci di equilibrio di sgonfiano una sull'altra nei reciproci grassi disciolti. Le ascelle di tutti i presenti comunicano tra loro, con un linguaggio simile a quello dei delfini, ma fetido.
Ho lo sguardo liquido, come quando faccio snorkeling al mare. Sento la voce dei miei parenti defunti, scendi adesso, cantano in un macabro coro. Eccolo lo aspettavo, sale l'indiano che ha mangiato speziato, viene a sedersi accanto a me. E' una torcia umana, un grosso pezzo di carne flambé al curry avvolto nel lino. Gli suona il telefono, lo apre e se lo immerge nella faccia. Apre la bocca e comincia a sciorinare nella mia direzione frasi incomprensibili che sanno di tubature rotte di Calcutta. Va bene così, sto perdendo conoscenza, sono nella dimensione dell'incubo di Dylan Dog. Volo basso su Pompei che brucia, sono nella caldaia di Freddy Krueger e canto cantilene con i suoi bambini arrosto.
Mi abbandono, comincio anche a capire il linguaggio dell'indiano al mio fianco, è come il napoletano, tutto è più facile ora. Pront si, stong a bologn, fa nu cazz e caur ccà, e a Bombay che tiemb fa? Beat a vvuie. No nun m'aggia fatta a'doccia, è na sittiman che agg fenut definitavament o' bagnoschiumm! Si riaprono le porte, sale una larva aggrappata ad un bastone, lo aiutano, è di quei vecchi di oggi che per eccessivo timor della morte non muoiono fino a centoventi anni. Non ha una goccia di sudore, è disseccato come un baccalà. Viene verso di me e mi fissa con occhi senza pupille. L'indiano stronzo si volta. Lo zombie vuole il mio posto al sole. Mi alzo gocciolante e gli cedo il bidé. Si accascia, ha un brivido, mi rantola qualcosa: giovanotto, chiuda il finestrino per cortesia.

2 commenti:

Siouxie ha detto...

Quanto mi sei mancato!
Devo bere meno e leggerti di più.

Ciao Jeddo

Jed ha detto...

Bentornata e prosit.

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