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I tatuati e i decisori di lungo termine

Il tatuaggio è senza dubbio una scelta di lungo termine. Si è chiamati a decidere, spesso con lungo struggimento interiore, se una tartaruga mahori, un pesce esotico mostruoso o un pittogramma orientale possano rappresentarci, campeggiando su parti del nostro corpo, per l'eternità. Nulla di male, se non fosse che spesso le persone che si fanno incidere un tatuaggio appartengono ad una particolare branca della specie umana:  di quelli che dinanzi alla scelta di un gelato fanno fermare la fila in gelateria, perché non riescono ad accoppiare due gusti su un cono. Vabbé dai sono indeciso, fammelo tutto al limome. Gli stessi che chiamano e richiamano la concessionaria per cambiare di continuo il colore della macchina nuova che hanno ordinato e quelli che al ristorante studiano il menu con lo stesso impegno e lo stesso tempo di un esame di diritto amministrativo all'università, mentre il cameriere medita in piedi la loro uccisione con il cavatappi a vite nel cranio.

E sono proprio queste persone che, improvvisamente, decidono di tatuarsi. Alcuni di loro, terrorizzati dal pesce mostruoso o dal tribale, si rifugiano nella tranquillizzante regolarità di un nome, quello dei figli o di qualche parente. E alcuni di questi alcuni, fanno apposta un figlio per poi poterselo tatuare: Donovan!
Papà ma perché cazzo mi avete chiamato Donovan?
Perché mi stava bene sul braccio in corsivo, taci.

Sono loro che poi devono farsi grattare dolorosamente via dalla natica il cuoricino con le iniziali della fidanzata che li ha traditi con l'installatore di Sky, e sono sempre loro che, dopo aver portato orgogliosamente sul torace per anni un pittogramma orientale 'da guerriero', fanno poi un viaggio in Cina e il tipo dell'albergo gli chiede come mai portano scritto in petto: Coniglio Presbite.

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