venerdì, novembre 3   >

Il tempo di un neo

Voglio togliermi un piccolo neo dalla spalla. Ecco, il dottore scrive e parla, vada qua paghi il cup e gli dica che è già pronto per l'asportazione non si faccia rivisitare. Prenoto. Prima possibilità dopo tre mesi. Passano. Eccomi al cup, aspetto 30 minuti davanti ad una porta chiusa, bussare e attendere dice il cartello con i tempi non a caso all'infinito.

Apre un tipo che ancora mastica. Prende le carte, strappa, arraffa, scrive e mi manda fuori dalle palle, vada su al secondo piano e dica che è in ritardo se no perde il turno. Io non ero in ritardo stronzo, penso mentre pigio il 2 nell'ascensore grande come il mio garage. Busso, il luminare dice attenda, si segga pure che la chiamano. No guardi devo capire se mi hanno già chiamato perché sarei in ritardo. Il condizionale scagionante incorpora l'accusa per il coglione del piano terra. Faccia vedere, dia qua, legge, confronta. Non l'hanno chiamata, attenda, richiude la porta.
Di fronte a me un tipo in mezzo a due che sembrano sorelle, a una le tocca la coscia, all'altra le fa le battutine. Tempo, pensieri. Esce l'infermiera dei film di pierino, bella topa con coscia libera sotto il camice, va dritta dal trio. Ecco a lei, tutto a posto, tutto benigno, arrivederla eh. Sorridono tutti e tre, non sorpresi, alzano i culi e s'avviano, lui parla al telefonino con accento bolognese. E vai, son passati altri 30 minuti. Una vecchia alla mia destra si guarda i piedi negli scarponcini scic marroni, i pantaloni di velluto, magra e benvestita, nessuno la accompagna. La classica vecchia con soldi e casa, che fa tutto da sola e non vuole essere rotta le palle. Di nuovo la coscialunga all'attacco, venga signora, la nonna salta e zompetta che neanche al Musichiere di Mario Riva.

Ne passano altri 20, di minuti. Comincio a dare segni di intolleranza. Riecco la cosciona, mi alzo e la placco, si tocca gli occhiali e mi guarda. La vicinanza è da bacio appassionato, di quelli da 4-5 minuti con musica e lingua sgocciolante a sciarpa. Senta avevo appuntamento circa un'ora fa, mi dice per favore i tempi di questa cosa perché avrei anche da fare. Prende, legge, sfoglia. Guardi, alito di bigbabol, deve scendere al pianoterra, mimica concitata con tetta vibrante, si apre l'ascensore e sempre dritto fino al cartello dermatologia.
Ma il suo collega mi ha detto di venire qua.
Si in realtà le ha detto bene, ma solo oggi questo tipo di casi li abbiamo smistati giù, mi spiace, sorrisone, bei denti, linguetta maiala.
Per un secondo affonda gli occhi nei miei per capire se basta così. Fermo l'attimo ed immagino quest'amplesso travolgente sulle seggiole di plastica, cattivo e bovino come Siffredi, opportunista come Tersilli e veloce come Zorro.
Vabbé, fanculo, vado giù. Lei è stranamente ferma là e mi guarda andare, avrà intravisto qualche scena porno attraverso la mia retina.
Ci sono, ribusso, riaprono, riprendono, rileggono, riattenda, si risegga. Comincio ad avere le visioni di Mosconi quando sbraccia. Scusi le servono questi altri 20 minuti della sua vita? ma si figuri, li prenda pure, se ne prenda anche 30, tanto è una vita così, che lascia un po' il tempo che trova..

La porta si riapre, è il mio momento. Sono seduto davanti alla luminare, un cessone e per giunta scazzata. Viene da me. L'occhio dietro una lente mi analizza manco fossi una traccia sul terreno. E' brutta forte. Guardi, questo tipo di escrescenza è benignissima, però le dico subito che la struttura pubblica non passa più questi interventi, sebbene banalissimi e veloci non sono ritenuti passabili dall'ospedale. Il suo medico avrebbe dovuto informarla, è notizia del mese scorso.
Il mio medico mi ha visitato tre mesi fa.
Bé lei ha perso del tempo mi spiace, faccia una cosa cerchi un dermatologo privato e risolva subito, in città SIAMO in tanti, mentre qua sarebbe impossibile.
Saluto la nasona mandandola sommessamente a cagare, vado via e mi rituffo nell'ingorgo dei viali. Ho perso un paio d'ore e 20 euro senza capire come. Mi appare la ministra Turco impalata, ma è normale.