domenica, aprile 8   >

Preti e palloni

Il tergicristalli al ritmo di una canzone di qualche sanremo fa, la pioggia all'incrocio ha cancellato l'amico nordafricano che mi svuota il cruscotto dagli spicci. Tutto grigio e gocce quand'ecco una grossa macchia nera scivolare da sinistra. La spazzola ripassa sul vetro, la macchia diventa un prete grassoccio in bicicletta. La veste tirata su, una mano sul manubrio, l'altra tiene sulla testa un libro zuppo. Un prete un po' incazzato, dice cose tra i denti, tra una pedalata e l'altra, tra un gocciolone gelido nell'occhio e uno nel colletto bianco, chissà che dice. Lo guardo andare, riparto, pilota automatico. Strimpellìo d'arpa e sono negli anni ottanta, un ragazzino che tira calci a una palla nel piazzale della chiesa. 'Vietato giuocare al pallone', il cartello era chiaro, appeso sulla grottina della madonna avvinghiata nel rampicante. Ma in quell'approssimativo agglomerato urbano non c'erano scelte. Se volevi giocare al pallone senza fastidiose automobili che ti passavano addosso, c'erano solo i marmi e il piazzale rialzato della chiesa centrale. Oggi ci farebbero il freestyle, la break, lo skate sul pipe. All'epoca tanti cazzi non li sapevamo, noi si faceva la colletta e si comprava il pallone, stop. Super santos, regolare. Salvatore dopo l'acquisto provvedeva al controllo qualità. Strappava la retìna blu e lanciava il rosso in aria facendolo girare. Strizzava l'occhio a mò di fotografo, si accertava della perfetta sfericità. I palloni venivano spesso ovali o con dei bozzi e allora Salvatore si incaricava di affrontare il tabaccaio per farselo cambiare. La durata media di un santos era di una settimana, varie le cause di morte, dalla bucatura al balcone del tipo stronzissimo, ma la principale era la requisizione dell'oggetto da parte di uno dei preti della centrale. I sacerdoti-raptors erano tre, gli altri si limitavano a dirci di sgommare indicando il cartello sulla madonna. Segue un breve ricordo della black trinity.

Prete-raptor 1, don Flaviano, Ghost:
Veniva sempre fuori dopo un paio di fucilate di collo pieno che Fiorentino stampava per sbaglio contro la grata della sagrestìa, la vibrazione dei ferri durava minuti e noi si cominciava a guardarci intorno, sapevamo che quel tipo di rumore scatenava don Flaviano. Ed eccolo, Philip Noiret con gli occhiali di Mario Carotenuto, compariva sulla scena come il signor Scott sui pianeti, teletrasportato. Non si capiva da dove cazzo sbucasse, se usciva dal portoncino se veniva giù a bomba dalla scalinata se sbucava dalle frasche della grottina o se si calava giù dal pino, nessuno l'ha mai capito. Appariva e camminava veloce verso di noi, senza rumore, sguardo duro e pugni lungo i fianchi. Noi fermi e muti, dei nani da giardino. Si fermava a qualche metro e come Hitler nel discorso di Berlino sputacchiava frasi con l'indice per aria. C'era poco da fare, voleva il pallone e pure subito. Noi s'aveva un responsabile per la consegna, tale Luigi. Lo raccoglieva e muovendosi piano, come davanti ai cani che mordono, lo consegnava mesto nelle mani del fantasma. Questo se lo metteva sotto il braccio, ci guardava tutti, altra frase, altro dito per aria poi girava i tacchi e spariva. In tre anni il flavianoraptor c'avrà fregato circa 20 palloni, nuovi, solo lui.

Prete-raptor 2, don Angelino, Flash:
Il parroco, il pezzo grosso. La sua comparsa avveniva su denuncia. Il portone d'ingresso della grande chiesa centrale era raggiungibile dalla maestosa rampa di scale che da esso degradava fino alla strada nonché da una piccola rampa secondaria che consentiva l'afflusso dei fedeli dal lato ovest. Ora questi sfigati del passaggio occidentale per infilarsi nella casa della divinità dovevano superare la rampa e costeggiare una parete di marmo che formava per noi una porta da calcio 'naturale'. Spalle alla porta vi era la figura del portiere, di solito occhialuto ed emarginato, terrorizzato dalle traiettorie di rosse palle di cannone che si schiantavano sulla pietra attorno a lui. I boati echeggiavano fino al cristone allarmato della vetrata istoriata in alto.
Un vero e proprio muro delle esecuzioni. Le vecchiette, come gli gnu del Serengheti con il fiume dei coccodrilli sul loro cammino, dovevano passarci attraverso. Si avventuravano, sceglievano il tempo per il guado, alcune si facevano la croce prima, altre salutavano i congiunti e correvano alla cieca come sui carboni ardenti, verso il dio. Manco a dirlo l'inevitabile purtroppo accadeva. E' il calcolo delle probabilità, mica pizza e fichi.
Una per tutte: la vegliarda con bastone e baschetto che volle attraversare il tratto con sprezzo del pericolo ed eccessiva disinvoltura. Non scelse il tempo, non accelerò. Continuò il suo passo come nulla fosse moltiplicando il tempo di permanenza nel campo minato. Ci fu un colpo, da sud, poi un sibilo. Quando il gommoso meteorite effettato la colpì in pieno sulla chiappetta lei si bloccò e si impettì sollevando il capo, proprio come l'orsetto-bersaglio del vecchio videogame. Una potenza d'impatto tutta assorbita da quelle membra in giro da inizio secolo scorso. Noi fermi a cercare di capire se fosse morta in piedi, statua di sale. Altre vecchiette pronte al passaggio osservavano tremanti. A sorpresa la nostra si scongelò e azzardò uno scatto da mangusta verso il suo involontario cecchino. Corse una decina di metri urlando "viene ccà! disgraziat taggia accir! stu figlie e'zoccol! chella fess e' mammeta!". Salvatore per salvarsi dai fendenti del bastone dovette saltare la staccionata in stile oliocuore e mimetizzarsi tra le foglie alla rambodue. La vecchia urlò ancora:" Mo vac a chiamà a ronangelin e t facc romb o cul! taggiafà vré ie bbuon stu curnut!", poi raccolse un sasso e glielo tirò dietro, ma colpì l'ignara madonna nella grotta. Infuriata, si ritirò sgattaiolando nell'ingresso centrale. Eravamo tutti intontiti da tanta reazione. Tempo due minuti e il portone sparò fuori don Angelino. La veste bianca e gli scarponi neri di vernice sotto. Un Banfi veloce e severo, con i baffi. Questo superprete volava a dieci centimentri da terra e individuava il pallone ovunque questo fosse, lo fiutava e vi piombava sopra come una poiana. Senza una parola se lo portava nella tana. Un fulmine. Alcune vecchiette sparse accennavano applausi, altre meno vedenti favoleggiavano di un angelo alto e biondo che era sceso in volo a fottersi il pallone. L'angelinoraptor e le sue disgraziate evocatrici c'avranno ciulato una dozzina di palloni nuovi.

Prete-raptor 3, don Ottavio, Blade:
Un Galeazzi in veste nera, un pretacchione col grugnone e le manone. Andatura alla Obelix e sguardo da mucca al pascolo. Ottavio bazzicava nelle cucine e s'occupava delle piante. In tasca sempre un coltelllino, ci potava i rametti. Lui capitava a caso, tornava da spese, da funerali, da benedizioni di case. Impegnati nei passaggi, nei cross, quando ci s'accorgeva che Obelix era nel piazzale era già tardi. Il fenomeno paranormale osservabile che richiamò anche studiosi europei, era quello del magnetismo della gomma. Quando passava l'Ottavio, qualsiasi tiro si facesse, in qualsivoglia direzione, con ogni vento, il pallone si dirigeva verso detto prete fermandosi ai suoi piedi. Questo si fermava, si piegava piano e lo prendeva con una mano. Due mosse: estraeva l'arma, coltellata e sbuffo d'aria esalata dall'oggetto. Buttava il cadavere moscio in terra e riprendeva la marcia eclissandosi nel portone.
L'ottavioraptor c'avrà assassinato una quindicina di palloni, pace all'animaccia sua.