giovedì, gennaio 29   >

Quando uno spreca i desideri

Una notte d'estate degli anni settanta si tornava dal mare. Ero seduto dietro, solo, in una splendida Bianchina Lancia dai sedili azzurri e gommosi. Era un'emozione stare lì dentro al buio, guardare quelle mani sapienti sul volante e quel piede di donna sull'acceleratore che ci lanciava a 50 all'ora per una provinciale ruvida a tagliare le campagne. Mio zio, un omone tipo Aldo Fabrizi, pilota di guerra, dopo gli aerei non aveva più voluto guidare nulla. Lasciava pilotare quella meraviglia della tecnica a sua moglie, mia zia, impartendole continuamente i comandi. Accelera, decelera, adagio, dai gas, metti la freccia, scala, fatti sorpassare, sorpassa, tieniti a destra, suona, lampeggia, metti i fari corti, metti i fari lunghi... un cacacazzo da brivido, che i tedeschi in guerra sparavano solo a lui. Spesso pensavo che se mio zio si fosse ferito o fosse tornato in anticipo dal fronte, la guerra sarebbe finita prima.
S'era stati sul lido fino a dopo mezzanotte, una festicciuola e un violinista che aveva suonato per un'ora sulla rotonda circondato da persone sedute a guardarlo. Chi l'aveva chiamato 'sto violinista resta un mistero, come anche chi l'aveva pagato.
La zia pigiava sul gas, i fari abbaglianti erano due raggi gamma di Goldrake, la bianchina andava a finestrini aperti, nel frastuono tipo elicottero si udivano a malapena i comandi: attenta alla buca, metti la quarta, adagio adesso, scala. Io zitto dietro. D'improvviso si sentì un colpo secco. Frena e accosta. Scesero a controllare, scesi anch'io. Spegni il motore e apri il cofano. Motore spento, grilli ad alto volume e profumo dell'aria del 1977.
Lui con una pila da ferroviere ispezionava gli ingranaggi, io giravo intorno e seguivo col dito il profilo del bolide. Era pulito e lucido come un piatto lavato. Quel contorno faro posteriore poi, aguzzo tipo astronave. Sospiro.
Alzai gli occhi e vidi un miliardo di stelle, pensai che era il caso di esprimere un desiderio, anche se non cascavano. Non è niente possiamo andare, disse mio zio.
Risalimmo, i due colpi in sequenza delle chiusure porte e poi il magnifico motore che riprendeva la musica da dove l'aveva lasciata. Poggiai la testa al vetro vibrante e scelsi la mia stella. Le dissi proprio così: Stellina ti prego fa che un giorno possa guidare anch'io una macchina così, è tutto quello che voglio nella vita, nient'altro, te lo giuro. Chiusi gli occhi e sentii chiaramente la sua risposta arrivare dal freddo del cosmo: ..ma vaffanculo.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Splendido. Degno di questo blog. Grazie.

IL BLOG dell'ApTI ha detto...

Come sempre hai il dono di farmi scompisciare., ciao
Carlo C.

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