giovedì, novembre 9   >

Dicamò

Piscio il cagnino sul praticello, lo prendo in braccio e attraverso la strada, vado verso casa. La sagoma minacciosa si staglia in mezzo alla pioggia di foglie gialle dei pioppi. E' Dicamò, il signore del gatto, e fissa me.
Dicamò ha 94 anni, i capelli tirati indietro con la Linetti, un liso completino marrone e una voglia feroce di parlare.
I suoi sono agguati sapienti, degni di uno stratega da battaglia, un Napoleone da cortile.
Di solito aggredisce i pisciatori di cani, dei quali deve aver stilato una precisa tabella con orari e aiuole, ma non disdegna efficaci blitz su aspettatori di taxi o rincasanti con spesa, questi ultimi più appetibili poiché appesantiti dal fardello ed impossibilitati alla fuga. So cosa vuole farmi. Vuole raccontarmi la storia del gatto, battere il record stagionale, 4 volte solo a me dall'inizio dell'autunno. Punto a destra, cerco una via di scampo, impossibile, ha già calcolato tutto, è a un metro da me e mi saluta, è finita. Che bel cagnulén vé vé, gli tocca il tartufino e sorride diabolico. Parte. E' la sua gloriosa quinta e non gliela toglie più nessuno.

Gli annmali sciono intelligenti sa, vé che sguardo che han. B-lén, b-lén, vévé vevé, me lo smanetta. Sorrido compiaciuto e attendo, conosco il mio esiguo copione di una parola. Lei non scià, m- ie ci avevo un gatto, un gattone che ci mancava di parlare, diobòn. Sguardo mio di sorpresa. Mia figlia m-dis tienilo moté che io devo andare, tienilo moté, m-dis.

Poi, il gat, si fece male ad una zampina, si fece male puvrén, andava zop e vumtava semper. Sguardo mio contrito. Gl vniva il sciangue dappertòtt. Cosa vuoi fare, agl anmal ci vuoi bene com alle perscione diobòn. L'ho portato all'ospedél vetrinerio di Cajalecchio, al dis ce lo lasci pur qua, ce lo lasci pur qua che lo curiamo noi, che lo curiamo. Torno a caja, un giorn due giorn, tre giorn, quater, al quint meriva la telefuneda, buongiorno, scenta il gatto è pronto, sce lo venga a prendere. Perché agli animali ci vuoi bene come alle persone, ci vuoi bene. Lei ci vuol bene no? Si che ci vuol bene! Vévé, b-lén, buffettino sulle orecchie del mio.

Fingo interesse, stiamo arrivando al momento topico del pezzo. Arivo là, all'ospedél di Cajalecchio per prendermi il gatto. Pausa, si avvicina, sento l'odore della Linetti. E alòora? Si rivolge a me, è incazzato. Adescio mi dica un po' lei quanto ho pagato, mi dica lei una cifra, dicamò dicamò, dicamò! Scuoto la testa e lui incalza. Dicamò, dicamò, una cifra dicamò, dica, dicamò! Penso a quanto gli avevo detto l'ultima volta, tendo al ribasso per esaltare il suo imminente coupe de theatre della rivelazione del prezzo spropositato. Dicamò si esprime in lire, l'euro non l'ha nemmeno sfiorato, l'altra volta ero arrivato a 250 mila, adesso vado con 200.
Duecentomila? Mi aiuto con le due dita, gliele metto davanti agli occhialoni. Fa un rapido calcolo della differenza, pregusta il godimento, carica il braccino e alzando il pollice teso grida il suo solito finale. Un milioon! Un miliòn man preso quei figli di puttana là! La furia gli monta la bavetta, ogni consonante è un proiettile. L'abbiam dovut operare al gaat, la zampa, l'intestino e la madonna di scianluca! c'avev mille cose il gaat, ma cosa cazzo andavo a pensciare che fino a quel momento lì era stato scempre meglio di me! Un miliòn! Un miliòn per un gatt, dioboie! E' l'apice, da qui si ricompone e va riguadagnando la sua temperatura.

Scuoto la testa sconvolto, attento ad incrementare di un grado lo sconvolgimento rispetto agli scorsi 250. Quando poi arrivo a 50 mila uso mettere le mani sulla testa, a lui piace. Poi il ciclo riprenderà e ripartirò da 600 mila. A questo punto Dicamò ha fatto il suo spettacolo di 4 minuti, mi guarda e mi accompagna verso l'ascensore, come fa con tutti. Andiamo andiamo, scialgo anch'io, nel tragitto da lì al terzo piano di solito mi dice che il dottore gli ha raccomandato di camminare tanto dopo l'intervento ai calcoli e che se muore uno di 94 anni come lui, non se ne frega nessuno, manco il padreterno.
Terzo piano, stop. Arrivederla scià, vévé il picculén, che bel cagnìn. In tre piani si dice poco. A certi che abitano all'ottavo pare sia riuscito a ripetergli due volte la storia del gatto.
Chiude, sale.